Speechless: trasformare i vocali in testo, un’idea tutta bergamasca

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Paolo Bonetti

Chi non ha mai ricevuto un messaggio vocale di tre minuti su WhatsApp proprio nel momento peggiore? In riunione, sui mezzi pubblici, in biblioteca, in qualsiasi situazione in cui ascoltare un audio è semplicemente impossibile. Era una frustrazione universale, eppure nel 2017 nessuno aveva ancora trovato una soluzione semplice ed efficace.

Fino a quando non è arrivata Speechless.

L’intuizione

L’idea è nata nel modo più naturale possibile: dalla vita quotidiana. Era l’estate del 2017 e stavo lavorando su diversi progetti contemporaneamente. Le giornate erano frenetiche, le riunioni si susseguivano una dopo l’altra, e il mio telefono non smetteva mai di vibrare per i messaggi WhatsApp. Il problema? La maggior parte erano vocali. Vocali lunghi, dettagliati, impossibili da ascoltare in quel momento.

Mi sono ritrovato a pensare: perché non esiste un modo per trasformare questi messaggi vocali in testo? La tecnologia di speech-to-text esisteva già, ma nessuno l’aveva applicata in modo semplice e immediato al contesto dei messaggi di WhatsApp. Era un’opportunità che aspettava solo di essere colta.

Da Bergamo al resto d’Italia

Ho iniziato a lavorare a Speechless con il mio team durante l’estate del 2017. L’obiettivo era chiaro: creare un’app che permettesse a chiunque di trasformare i messaggi vocali ricevuti su WhatsApp in testo scritto, leggibile in qualsiasi situazione.

Il funzionamento era studiato per essere il più intuitivo possibile. L’utente condivideva il messaggio vocale con l’app Speechless, che lo processava attraverso algoritmi di riconoscimento vocale e restituiva il testo trascritto in pochi secondi. Semplice, veloce, efficace.

Quando abbiamo lanciato l’app, la risposta è stata immediata e travolgente. Evidentemente, quel problema che avevo identificato nella mia routine quotidiana era condiviso da milioni di persone.

L’attenzione dei media

La copertura mediatica di Speechless è stata qualcosa che non avevo previsto nella sua portata. La stampa locale è stata la prima a raccontare la nostra storia, e lo ha fatto con un orgoglio territoriale che mi ha profondamente commosso.

L’Eco di Bergamo ha dedicato all’app un articolo dal titolo che mi è rimasto impresso: “Trasforma i messaggi vocali in testo, l’app è un’idea tutta bergamasca”. Quel “tutta bergamasca” era per me motivo di grande orgoglio. Dimostrare che da Bergamo potevano nascere prodotti tecnologici innovativi, capaci di risolvere problemi quotidiani su scala nazionale, era una delle mie missioni più sentite.

Prima Bergamo ha raccolto la storia con entusiasmo, raccontando come un messaggio vocale potesse diventare un testo da leggere grazie a un’app nata nella nostra provincia. L’articolo ha contribuito a far conoscere Speechless al pubblico locale, generando un passaparola straordinario.

Ma la risonanza non si è fermata ai confini bergamaschi. StartupItalia ci ha nuovamente dato visibilità a livello nazionale, consolidando la nostra reputazione nell’ecosistema startup italiano. Era la seconda volta che finivamo sulle loro pagine dopo Limitless Story, e questo confermava che il nostro approccio — identificare problemi reali e risolverli con soluzioni digitali eleganti — funzionava.

LifeTrends ha parlato di Speechless come della nuova app che trasforma i messaggi vocali di WhatsApp in scritte, cogliendone l’aspetto pratico e immediato. E poi è arrivata una copertura che non avrei mai immaginato: il sito Storia dei Sordi ha raccontato come la nostra app potesse avere un impatto significativo sulla comunità delle persone sorde e ipoudenti. I messaggi vocali, per chi non può sentire, rappresentano una barriera comunicativa reale. Speechless, quasi per caso, stava contribuendo ad abbattere quella barriera.

L’impatto sociale che non avevamo previsto

La segnalazione da parte della comunità dei sordi è stata uno dei momenti più significativi della mia carriera. Avevamo creato Speechless pensando alla comodità quotidiana, alla possibilità di leggere un vocale quando non si può ascoltarlo. Non avevamo considerato, almeno non inizialmente, che la nostra app potesse avere un valore di accessibilità così profondo.

Per le persone sorde, i messaggi vocali su WhatsApp rappresentavano un contenuto completamente inaccessibile. Amici, familiari, colleghi che inviavano vocali senza pensare che dall’altra parte c’era qualcuno che non poteva ascoltarli. Speechless dava a queste persone la possibilità di accedere a quei contenuti, trasformando l’audio in testo.

Questo mi ha insegnato qualcosa di importante: a volte le innovazioni più significative nascono come effetti collaterali positivi. Non sempre si può prevedere l’impatto completo di ciò che si crea. Ma quando scopri che il tuo prodotto sta migliorando la vita di persone in modi che non avevi immaginato, la soddisfazione è immensa.

La sfida tecnica

Sviluppare Speechless non è stato privo di difficoltà. La trascrizione automatica del parlato è un campo tecnologicamente complesso. Le persone parlano con accenti diversi, a velocità diverse, con rumori di fondo diversi. Garantire una trascrizione accurata in tutte queste condizioni richiedeva un lavoro di ottimizzazione costante.

Abbiamo lavorato intensamente sull’accuratezza del riconoscimento vocale, testando l’app con decine di dialetti e inflessioni regionali italiane. Volevamo che funzionasse bene non solo con l’italiano “standard”, ma anche con le mille sfumature linguistiche del nostro Paese.

Un tassello fondamentale del percorso

Speechless, insieme a Limitless Story, ha rappresentato la fase di consolidamento della mia identità imprenditoriale. Con Due progetti di successo alle spalle, copertura mediatica nazionale e una community di utenti in crescita, sentivo che il prossimo passo doveva essere più ambizioso.

L’esperienza accumulata con questi progetti — la capacità di identificare un problema, progettare una soluzione, svilupparla tecnicamente, lanciarla sul mercato e gestirne la comunicazione — sarebbe stata la base su cui costruire qualcosa di ancora più grande. Qualcosa che, di lì a poco, avrebbe preso il nome di Delfy.

Ma questa è un’altra storia.


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