Marzo 2021. L’Italia era ancora nel pieno della pandemia, tra zone rosse, restrizioni e un settore della ristorazione che stava vivendo la crisi più devastante della sua storia recente. In quel contesto di emergenza, con BeCreatives abbiamo lanciato Easylivery, e la risposta del mercato e della stampa è stata qualcosa che non mi sarei mai aspettato.
L’idea nata dall’urgenza
Tutto è partito da un’osservazione che facevo quotidianamente. Vedevo ristoratori, pizzaioli, gestori di locali — persone che avevano dedicato la vita alla loro attività — trovarsi improvvisamente con le serrande abbassate e senza strumenti per continuare a lavorare. Molti di loro non avevano mai avuto bisogno di una presenza digitale: i clienti arrivavano di persona, il passaparola funzionava, il quartiere li conosceva. Poi, da un giorno all’altro, tutto questo è venuto meno.
Le grandi piattaforme di delivery esistevano già, certo. Ma per un piccolo ristoratore, le commissioni che applicavano erano insostenibili. Parliamo di percentuali che arrivavano al 30-35% su ogni ordine. Per un’attività già in difficoltà, significava lavorare in perdita. Era come scegliere tra morire di fame o morire dissanguati.
L’idea di Easylivery è nata proprio da questa consapevolezza: serviva uno strumento che permettesse ai ristoratori di vendere online senza dover cedere una fetta enorme dei propri ricavi a intermediari. Uno strumento semplice, veloce da implementare, e soprattutto accessibile anche a chi non aveva alcuna competenza digitale.
Tre giorni per andare online
La promessa di Easylivery era ambiziosa ma concreta: mettere online l’attività di ristorazione in tre giorni. Non tre settimane, non tre mesi. Tre giorni.
Come ci siamo riusciti? Abbiamo lavorato per settimane con il team di BeCreatives per semplificare ogni passaggio. L’app era progettata per essere intuitiva: il ristoratore si registrava, caricava il proprio menu, personalizzava le opzioni di consegna e ritiro, e in pochissimo tempo aveva il suo canale di vendita digitale perfettamente funzionante. Nessun bisogno di sviluppatori, nessun costo nascosto, nessuna competenza tecnica richiesta.
Ma non era solo questione di velocità. Easylivery offriva funzionalità che le grandi piattaforme riservavano solo ai loro clienti premium: gestione degli ordini in tempo reale, notifiche push ai clienti, sistema di pagamento integrato, analytics per monitorare le vendite. Tutto questo in un’app proprietaria che il ristoratore poteva brandizzare con il proprio nome e i propri colori.
Il punto fondamentale era questo: con Easylivery, il ristoratore non era un fornitore di una piattaforma terza. Era padrone del proprio canale digitale. I dati dei clienti restavano suoi. La relazione con il cliente restava sua. Il margine sugli ordini restava suo.
L’eco sulla stampa nazionale
Il lancio di Easylivery ha generato un’attenzione mediatica che, sinceramente, mi ha sorpreso. Nel giro di poche settimane, ne hanno parlato testate di primo piano: Today.it, Il Messaggero, Affaritaliani, FoodAffairs, FoodServiceWeb. Ognuno ha colto un aspetto diverso del progetto, e questo mi ha fatto capire quanto la proposta fosse rilevante su più livelli.
Today.it si è concentrato sull’aspetto innovativo della startup, raccontando come Easylivery rappresentasse una risposta concreta e immediata alle esigenze di un settore in crisi. L’articolo metteva in evidenza la semplicità d’uso dell’app e la sua capacità di democratizzare l’accesso al digitale per i piccoli ristoratori.
Il Messaggero ha dato ampio spazio al ruolo di BeCreatives come realtà imprenditoriale capace di rispondere alle emergenze del mercato con soluzioni pratiche. L’articolo sottolineava come Easylivery non fosse solo un prodotto tecnologico, ma un vero e proprio strumento di sopravvivenza per migliaia di attività in difficoltà.
Affaritaliani ha inquadrato il lancio nel contesto più ampio dell’innovazione italiana, parlando di come il food business fosse ormai inevitabilmente digitale e di come Easylivery si posizionasse in questo scenario come un player diverso dai soliti noti, con un modello di business più equo e sostenibile per i ristoratori.
FoodAffairs, testata specializzata nel settore alimentare, ha dedicato un pezzo approfondito alle funzionalità dell’app, analizzando nel dettaglio come la promessa dei “tre giorni” si traducesse nella pratica. L’articolo ha evidenziato anche il potenziale di crescita del progetto, ipotizzando che Easylivery potesse diventare un punto di riferimento per la digitalizzazione della ristorazione italiana.
FoodServiceWeb ha completato il quadro con un focus sul business: come l’app potesse effettivamente far crescere il fatturato di un ristorante, quali erano i numeri attesi, e come si confrontava con le alternative presenti sul mercato.
Il valore umano dietro la tecnologia
Al di là dei numeri e delle funzionalità tecniche, quello che mi ha colpito di più in tutto il percorso di Easylivery sono state le storie delle persone che lo hanno adottato. Ricordo un ristoratore di Roma che mi ha scritto un messaggio vocale — la voce gli tremava dall’emozione — per ringraziarmi. Mi ha detto che grazie all’app era riuscito a mantenere aperta l’attività e a non licenziare i suoi tre dipendenti. “Non ho dovuto mandare a casa nessuno,” mi ha detto. Quel messaggio l’ho salvato e lo riascolto ancora oggi nei momenti in cui ho bisogno di ricordarmi perché faccio quello che faccio.
C’è stata anche una piccola pasticceria di Napoli che, grazie a Easylivery, ha scoperto una clientela che non sapeva di avere. Persone che abitavano a pochi isolati di distanza ma che non erano mai entrate nel negozio, e che invece hanno iniziato a ordinare regolarmente attraverso l’app. Il digitale non aveva sostituito la relazione umana: l’aveva ampliata.
Il contesto che ha reso tutto possibile
Sarebbe disonesto non riconoscere che il contesto pandemico ha giocato un ruolo fondamentale nel successo di Easylivery. Senza il Covid, probabilmente il bisogno sarebbe stato meno urgente e l’adozione più lenta. Ma il Covid non ha creato il bisogno: lo ha reso evidente. Il bisogno di digitalizzazione della ristorazione italiana esisteva già da anni. La pandemia ha semplicemente accelerato un processo che era inevitabile.
E qui c’è una riflessione che mi sta particolarmente a cuore: le crisi, per quanto dolorose, sono anche momenti di grande opportunità per chi è pronto a coglierle. Noi eravamo pronti perché avevamo già le competenze, la tecnologia e la visione necessarie. Non abbiamo improvvisato: abbiamo applicato in modo rapido e mirato quello che sapevamo già fare.
Il lavoro fatto con BeCreatives negli anni precedenti — la ricerca, lo sviluppo, la sperimentazione di modelli di business digitali — ha trovato in Easylivery la sua espressione più concreta e più urgente. È stato come se tutti i pezzi del puzzle si fossero finalmente incastrati al momento giusto.
L’eredità di Easylivery
Oggi, guardando indietro al lancio di Easylivery, vedo molto più di un’app per il delivery. Vedo la dimostrazione che è possibile fare innovazione in modo etico, mettendo al centro le esigenze reali delle persone anziché la massimizzazione del profitto. Vedo la prova che la tecnologia, quando è progettata con intelligenza e sensibilità, può essere un potente strumento di inclusione e di empowerment.
E vedo anche il seme di quella che sarebbe diventata la mia visione più ampia della consulenza digitale integrata: l’idea che la tecnologia non è un fine, ma un mezzo. Che il vero valore non sta nello strumento, ma nella capacità di capire chi lo userà, in che contesto, e con quali obiettivi.
Easylivery mi ha insegnato tutto questo. E la straordinaria copertura mediatica che ha ricevuto mi ha confermato che quando lavori su qualcosa di realmente utile, il mondo se ne accorge.