Ci sono momenti nella vita professionale che ti fanno capire che sei sulla strada giusta. Per me, uno di quei momenti è arrivato nel marzo del 2018, quando il Corriere della Sera — nella sua sezione Nuvola dedicata all’innovazione — ha pubblicato un articolo su di me e sul mio percorso imprenditoriale.
Il titolo era diretto, quasi brutale nella sua essenzialità: “Paolo, 32 anni e due società digitali, senza incentivi per start-up”. Quindici parole che riassumevano anni di lavoro, sacrifici, scelte controcorrente e una determinazione che a volte rasentava l’ostinazione.
La storia dietro il titolo
Nel 2018 avevo trentadue anni e alle spalle un percorso che, visto dall’esterno, poteva sembrare lineare ma che in realtà era stato tutt’altro che semplice. Avevo fondato due società nel settore digitale, costruito team di professionisti, sviluppato prodotti che avevano raggiunto centinaia di migliaia di utenti, ottenuto copertura mediatica su testate nazionali. Tutto questo senza mai aver usufruito degli incentivi statali per le startup.
Non lo dico con risentimento, ma con una punta di orgoglio pragmatico. Il sistema degli incentivi per le startup in Italia, allora come oggi, è un tema complesso e controverso. Per accedervi bisogna rispettare requisiti specifici, affrontare una burocrazia spesso scoraggiante e accettare vincoli che non sempre si conciliano con la velocità richiesta dal mercato digitale.
Io ho scelto una strada diversa: autofinanziarmi, reinvestire i guadagni, crescere in modo organico. Una scelta che ha significato rinunciare ad accelerazioni improvvise ma che mi ha permesso di mantenere il controllo completo sulle mie aziende e sulle mie decisioni.
Il percorso fino a Delfy
L’articolo del Corriere ripercorreva le tappe fondamentali del mio cammino imprenditoriale. Dai primi esperimenti nel mondo digitale ai progetti che avevano catturato l’attenzione dei media — Limitless Story, Speechless — fino ad arrivare a Delfy, il progetto che stava definendo la fase più matura della mia carriera.
Delfy era nato dalla consapevolezza che i dati digitali rappresentavano una miniera di informazioni ancora largamente inesplorata. I social network producevano ogni giorno miliardi di contenuti — post, commenti, reazioni, condivisioni — che raccontavano in tempo reale umori, tendenze, preferenze di milioni di persone. La domanda che mi ero posto era ambiziosa: è possibile trasformare questa massa caotica di dati in previsioni affidabili?
La risposta è stata Delfy, una piattaforma di analisi predittiva basata sui big data dei social network. Un progetto tecnologicamente molto più complesso rispetto ai precedenti, che richiedeva competenze in intelligenza artificiale, machine learning e analisi dei dati su larga scala.
Il tema degli incentivi
La questione degli incentivi, sollevata nell’articolo del Corriere, toccava un nervo scoperto del sistema imprenditoriale italiano. In quegli anni si parlava molto di startup innovative, di ecosistemi dell’innovazione, di fondi per i giovani imprenditori. Ma la realtà sul campo era spesso diversa dalla narrazione ufficiale.
Molti imprenditori come me si trovavano nella terra di mezzo: troppo innovativi per il sistema tradizionale, troppo piccoli o troppo “provinciali” per accedere ai circuiti di venture capital più importanti, troppo veloci per aspettare i tempi della burocrazia legata agli incentivi pubblici.
Ho sempre creduto che la migliore forma di incentivo fosse un mercato che funziona, clienti soddisfatti e un prodotto che risolve problemi reali. Questo non significa che gli incentivi statali non servano — servono eccome, soprattutto per chi è alle prime armi e non ha risorse proprie da investire. Ma nel mio caso, la scelta di procedere senza è stata una decisione consapevole che mi ha dato una libertà operativa impagabile.
L’importanza della stampa nazionale
Essere intervistati dal Corriere della Sera ha significato molto più di un semplice articolo. Ha significato che la mia storia, nata nella provincia di Bergamo, aveva raggiunto una dimensione nazionale. Che il percorso di un trentaduenne con due società digitali e zero incentivi pubblici era considerato rilevante da una delle testate più importanti d’Italia.
L’articolo ha generato un effetto a catena importante: nuovi contatti professionali, nuove opportunità di business, una credibilità rafforzata nel dialogo con potenziali clienti e partner. Nel mondo delle startup, la copertura mediatica su testate autorevoli è una forma di validazione sociale che ha un valore concreto, misurabile, tangibile.
Ma soprattutto, quell’articolo ha raccontato una storia che spero possa ispirare altri giovani imprenditori italiani: si può fare impresa nel digitale partendo dalla provincia, senza incentivi, senza scorciatoie, con la sola forza delle proprie idee e della propria determinazione.
Quello che non si leggeva nell’articolo
Dietro le righe ordinate di un articolo di giornale c’è sempre molto di più di quello che si legge. C’erano le notti passate a programmare, i momenti di dubbio in cui mi chiedevo se stessi facendo la scelta giusta, le discussioni con chi mi consigliava una carriera più “sicura”, il peso di avere collaboratori che dipendevano dalle mie decisioni.
C’era anche la gioia di vedere un prodotto prendere vita, la soddisfazione di un utente che ti scrive per ringraziarti, l’adrenalina di un lancio che va bene, la gratificazione di un giornalista che trova la tua storia degna di essere raccontata.
A trentadue anni, con due società e nessun incentivo, mi sentivo esattamente dove dovevo essere. Con la consapevolezza che il meglio doveva ancora venire.
Fonti originali